Parole chiave - Dragonetti Giacinto

Giacinto Dragonetti, di origini aquilane, si trasferì per gli studi prima a Roma, e poi, dal 1760, a Napoli, dove studiò giurisprudenza e divenne allievo di Genovesi. Di formazione giuridica, Dragonetti a poca distanza dalla pubblicazione del libro di Cesare Beccaria Dei delitti e delle pene, pubblicò a Napoli un piccolo libro dal titolo Delle virtù e dei premi (1766). Così scrive nella sua prefazione alla ristampa modenese (1768) del libro di Dragonetti lo stampatore Giovanni Montanari: «L’autore di questo libretto, che io ti presento, o Lettor cortese, è il Sig. Dragonetti, giovane scolare del Sig. Genovesi, bravo filosofo napoletano». E Genovesi in una lettera privata definisce Delle virtù e dei premi «opera di un mio amico» (1962 [1767], p. 205). Alfonso Dragonetti, biografo, nella vita di Giacinto Dragonetti, così scrive: «Nel 1760 venne ad erudirsi in Napoli alla carriera del foro ed intese alla giurisprudenza con uno spirito di filosofia...

L’illustre Genovesi era in quel tempo il principe del pensiero, non solo in Napoli, ma anche nell’Italia e sotto la disciplina di lui compì il giovane aquilano di educare la sua mente a mature riflessioni ed esatti raziocini. Come dietro Dei delitti e delle pene del giovane Beccaria c’è la mano di Pietro Verri e del gruppo del Caffè, così dietro il libro del giovane Dragonetti (era nato nel 1738, come Beccaria), c’è probabilmente la mano di Genovesi e dell’accademia delle scienze di B. Intieri» (Dragonetti A. 1847, p. 113). Nell’introduzione di Delle virtù e dei premi, si legge: «Gli uomini hanno fatto milioni di leggi per punire i delitti, e non ne hanno stabilita pur una per premiare le virtù» (Dragonetti 1768, p. 3). Anche se Dragonetti stesso nello scegliere il titolo del libro (Delle virtù e dei premi) voleva presentare la sua teoria in rapporto, e quasi in contrapposizione, ai Dei delitti e delle pene di Beccaria, in realtà una lettura attenta di entrambe le opere mostra che, da una parte, Beccaria non aveva del tutto dimenticata l’importanza del premiare le virtù, anche se il tema restava un po’ sullo sfondo del suo libro; e, dall’altra, che l’intento di Dragonetti fosse colmare una lacuna, più che criticare Beccaria. Genovesi parla addirittura di «imitazione del libro di Beccaria», riferendosi al libro di Dragonetti (1962 [1767], p. 205). In realtà questa frase sembra ingiusta, poiché non si trattava certo di imitazione ma quantomeno di sviluppo e di completamento. Alfonso Dragonetti così commenta: «Chi affermò che quel trattato fosse composto per contraddire e confutare il Beccaria, certamente avvisò di avventurare un tal giudizio sul solo apparente contrariarsi del titoli» (Dragonetti A. 1847, pp. 113-114).

E Benedetto Croce in una sua poesia (critica e ingenerosa) scriveva: «Ebbe qualche fortuna in Italia e fuori un libretto pubblicato in Napoli nel 1766, non a contrasto ma a completamento di quello famoso del Beccaria, col titolo Delle Virtù e dei Premi» (Croce 1959, p. 235).

Il tema del premio alle virtù appare infatti solo nella conclusione dei Dei delitti e delle pene, all’interno della trattazione dei mezzi per prevenire i delitti: «Un altro mezzo di prevenire i delitti è quello di ricompensare la virtù. Su di questo proposito osservo un silenzio universale nelle leggi di tutte le nazioni del dì d’oggi. Se i premi proposti dalle accademie ai discopritori delle utili verità hanno moltiplicato e le cognizioni e i buoni libri; perché i premi distribuiti dalla benefica mano del sovrano non moltiplicherebbero altresì le azioni virtuose? La moneta dell’onore è sempre inesausta e fruttifera nelle mani del saggio distributore» (Beccaria 1821 [1764], pp. 124-125). E quindi Beccaria continua sottolineando l’importanza dell’educazione, strumento strettamente legato alla ricompensa delle virtù: «Finalmente il più sicuro, ma più difficil mezzo di prevenire i delitti, si è di perfezionare l’educazione» (ibid.), tema caro a tutti gli illuministi, economisti civili in primis. Dragonetti, quindi, in un certo senso continua il discorso sul diritto riprendendolo là dove l’aveva lasciato Beccaria il quale, come altri autori (come Rousseau, Montesquieu, più tardi Diderot e lo stesso Bentham, o i filosofi e giureconsulti romani, come lo stesso Dragonetti scrive), aveva accennato al tema senza svilupparlo. Ma Dragonetti intendeva fare anche diversamente e di più del milanese, immaginando cioè una vera e propria legislazione dei premi alle virtù, addirittura un codice delle virtù che si affiancasse al codice penale-. «I Legislatori Romani conobbero la necessità delle ricompense, le accennarono, ma non ebbero il coraggio di formarne il codice» (Dragonetti G. 1768, pp. 2-3). E poi aggiunge che «il parlare dunque dei premi alle virtù dovuti non farà opera perduta in questo Secolo, che si crede destinato a rende la nativa efficacia ai rispettivi dritti degli uomini» (ibid.). Dragonetti non nega l’importanza delle pene, anzi ne riconosce, sulla scia di Genovesi, il ruolo essenziale; crede però che puntare solo sulla punizione dei delitti non sia sufficiente per far avviare il Regno di Napoli su una via di sviluppo civile ed economico. In altre parole, mentre l’impianto di Beccaria è sostanzialmente in linea con la filosofia sensista e utilitarista, Dragonetti si muove invece all’interno della tradizione classica, quella aristotelica, ciceroniana e tomista dell’—‘etica delle virtù.

In Beccaria, poi, troviamo alcuni passaggi che ricordano da vicino l’idea di stato di natura hobbesiano: «Le leggi sono le condizioni colle quali uomini indipendenti ed isolati si unirono in società, stanchi di vivere in un continuo stato di guerra, e di godere una libertà resa inutile dall’incertezza di conservarla. Essi ne sacrificarono una parte per goderne il restante con sicurezza e tranquillità» (1821 [1764], p. 13). Da questo punto di vista (idea di socialità e natura del contratto sociale), Dragonetti si muoveva invece in forte continuità con Genovesi.

L’idea centrale di Delle virtù e dei premi consisteva nell’attribuire un ruolo essenziale al “premio” delle virtù, ad un’etica delle virtù, che quindi è anti-hobbesiana e in linea con una visione aristotelico-tomista, e da questo punto di vista con la tradizione romana del repubblicanismo, di Cicerone e Plurarco ad esempio, e in parte lockiana (come emerge anche dall’idea di patti sociali che ritroviamo in Genovesi [Lezioni, I, eh. 1], e poi in -^Filangieri 2003 [1780], libro III - che comunque non fa riferimento a Dragonetti). La virtù, come è nota, nella teoria classica, che parte almeno con Socrate, non può essere descritta con una logica puramente strumentale o consequenzialista: ì’areté, infatti, è praticata dall’uomo virtuoso perché è buona in sé, e non perché procura piacere o frutti materiali. In realtà, poi, la vera virtù porta anche piacere e frutti materiali, ma è un effetto quasi indiretto o non-intezionale. Come possiamo premiarla? Si capisce subito che il “premio” per la virtù non può essere qualcosa di identico a ciò che oggi chiamiamo “incentivo”: l’incentivo, infatti, è una pena con il segno meno, e ha la stessa natura e funzione estrinseca, ottenere qualcosa da chi non lo farebbe spontaneamente o sinceramente. Che cos’è allora, almeno nel pensiero di Dragonetti, il premio della virtù? Ma, ancora prima, che cosa intende Dragonetti per virtù? Egli l’associa alla ricerca diretta e intenzionale del bene pubblico (come distinto da quello privato, e non necessariamente allineato con questo). Dragonetti descrive la società civile, e la sua costruzione, in modo simile a Locke o a Rousseau: la persona umana per natura è socievole e amorevole, ma sono le scarsità delle risorse e il disordine nelle passioni che producono conflitti: da qui nascono razionalmente il contratto sociale e le relative leggi. Quando qualcuno agisce per “l’altrui vantaggio” abbiamo a che fare con le virtù: «si diede il nome di virtù a tutte le azioni, che riguardavano interesse degli altri, o a quella preferenza del bene altrui sopra il proprio» (Dragonetti G. 1768, p. 7). E quindi certo che per Dragonetti la ricerca dell’interesse personale sebbene sia naturale non è azione virtuosa. La virtù richiede sforzo, sacrificio: «Noi chiamiamo Dio buono più che virtuoso, perché non ha egli bisogno di sforzo per far del bene... Altro dunque non è la virtù che un generoso sforzo indipendente dalle leggi, che ci porta a giovare altrui. I suoi estremi sono il sacrificio, o scapito del virtuoso, e l’utile che ne risulta al pubblico» (ibid.). Ecco dunque l’altro elemento o condizione sufficiente per la virtù (la necessaria è il sacrificio e lo sforzo): l’utilità per il pubblico, o -*bene comu-ne. E aggiunge: «molti con equivoco danno il nome di virtù alle azioni, le quali sono un puro effetto della legge naturale, divina, o civile, e che dovrebbero con più giusto vocabolo chiamarsi doveri» (Dragonetti G. 1768, p. 8). Melchiorre Gioia, l’autore che nella prima metà dell’Otte- cento riprese - unico in Italia - il tema di Dragonetti nel suo trattato Dei meriti e delle ricompense, riconoscendone il primato a Dragonetti, aggiunge altri due elementi oltre al sacrificio e all’utilità: «il fine disinteressato, e la convenienza sociale» (1848 [1818], p. 27), due elementi che erano ben presenti nel testo di Dragonetti.

Ecco quindi chiarita la distinzione tra premio e incentivo: l’incentivo è mirato all’interesse privato, il premio è legato al bene comune. Da qui la sua teoria dei premi: «Essendo la virtù un prodotto non del comando della legge, ma della libera nostra volontà, non ha su di essa la società diritto veruno. La virtù per verun conto non entra nel contratto sociale; e se si lascia senza premio, la società commette un’ingiustizia simile a quella di chi defrauda l’altrui sudore» (Dragonetti G. 1768, pp. 11-12). Il “premio” quindi è una ricompensa per l’azione che va “oltre” i contratti e le leggi: è una ricompensa ad un atto sostanzialmente di gratuità: «E vero, che tutti i membri dello Stato gli debbono i servigj comandati dalle leggi, ma è altresì fuor di dubbio, che i Cittadini debbono esser distinti, e premiati, a proporzione de’ loro servigi gratuiti. Le Virtù sono tanti servigj considerabili, e arbitrari, che si prestano allo Stato. Sono più che umane quelle Virtù, che bastano a se stesse» (ibid., p. 12, corsivo mio). Le espressioni “servigi gratuiti” e “bastano a se stesse” sono due espressioni che ci svelano un ingrediente chiave di una teoria delle virtù civili: la ricompensa delle virtù è la virtù stessa. Quindi, anche se la collettività deve ricompensare dall’esterno, in qualche modo, le virtù, la ricompensa esterna poggia, si appoggia ed è completare alla prima forma di remunerazione che è intrinseca, interna al soggetto virtuoso. Quindi, in altre parole, perché un’etica delle virtù funzioni e si implementi nella società c’è bisogno di educazione, e di cultura. Va notato che il tema educativo è centrale nei riformatori illuministi, e in Genovesi in modo tutto particolare: fu il primo ad insegnare filosofia in Italia in italiano invece che in latino, proprio per la funzione civile che egli attribuiva alla cultura e all’università. Ma subito dopo, come era d’aspettarselo, Dragonetti si pone una questione, che è una domanda cruciale in un discorso sui premi alle virtù: «non oppongasi, che quando le virtù abbian proposta la loro mercede, si riguarderanno non più come azioni generose, ma mercenarie» (ibid.). Come è possibile però che ciò accada? Come poter remunerare le virtù civili in modo che il Premio “esterno” non trasformi la gratuità della virtù in scambio com-merciale, che comporterebbe la perdita di quella spontaneità e libertà della virtù? Dragonetti non presenta in realtà una vera e propria teoria su questo, ma accenna ad alcune intuizioni interessanti, che sono espressione della visione generale dell’economia civile genovesiana, nella quale non c’è opposizione tra le varie forme di reciprocità, tra virtù e interessi. Innanzitutto egli afferma che l’amore per il bene comune non differisce dall’amor proprio: riferendosi ai tempi della repubblica romana e della polis greca, Dragonetti afferma che «la pubblica grandezza non era condensata in pochi, ma talmente si dilatava sopra i Cittadini, che i pubblici interessi si confondevano con i privati. Que’ Repubblicani, mentre in apparenza s’immolavano alla Patria, servivano ai loro personali vantaggi» (ibid., pp. 13-14). Da qui la sua definizione di premio: «Il premio è il vincolo necessario per legare l’interesse particolare col generale, e per tenere gli uomini sempre intenti al bene. Lande le Virtù, che per patto sociale non si appartengono alla società, non debbono restar defraudate de’ premj loro dovuti» (ibid., pp. 14-15). Il resto del pamphlet di Dragonetti è ricco di spunti importanti (come quello sul commercio citato poche pagine addietro). La conclusione merita di essere riportata: «quello è il più felice Stato, dove la precedenza si misuri con la virtù» (ibid., p. 102). La parte centrale del libro elenca alcuni criteri per rapportare correttamente le ricompense (premi) alle virtù, per evitare che alte ricompense vadano ad azioni poco virtuose (e utili alla società), e basse ad azioni virtuose, poiché «si nuoce di più con situar male le ricompense, che col sopprimerle» (ibid., p. 19). In realtà, dietro il lavoro di Dragonetti (e di tutto l’iUuminismo napoletano, fino al Filangieri e al Pagano) c’era una forte polemica antifeudale, che il Dragonetti sviluppò sul suo trattato Sull’origine dei feudi (1788), la sua seconda opera che lo rese famoso in tutta Europa (delle altre pubblicazioni di Dragonetti ho rintracciato nella Biblioteca dell’Aquila due opere minori segnalate in Bibliografia). La società feudale non produce ricchezza, e quindi sviluppo civile, perché ricompensa sulla base di privilegi acquisiti, e non sulla base della virtù: «La distinzione degli ordini fu inventata per premiare i Virtuosi; si è poi continuata ne’ loro discendenti colla credenza, che non degenerassero dai progenitori. Nelle supposizioni è agevole il passaggio da una proposizione probabile ad una falsa. Onde la prevenzione, che si ha per la virtù de’ Nobili, fa, che sovente si distribuiscano grazie considerevoli alla sola nascita. L’esperienza tuttodì ci dimostra, che i titoli, le dignità, gli onori, e tutti i vantaggi di splendore meritati dagli Avi servono alla posterità come scudo de’ loro vizi. Dovrebbe dunque l’Europa uscire d’illusione, e non permettere, che virtù supposte tolgano la mercede alle virtù reali» (ibid., p. 20). Un discorso che a distanza di due secoli e mezzo non ha perso nulla della sua potenza rivoluzionaria. Da questa polemica anti-feudale nasce anche la lode per il commercio e per le arti, che però va letta correttamente solo se rapportata all’intero progetto dell’illuminismo napoletano: costruire una società post-feudale dove grazie alla ricompensa corretta alle vere virtù si avviasse una nuova fase di vita civile. Ecco perché il discorso culturale di Dragonetti, come quello di Genovesi o di Filangieri, è direttamente un discorso sul mercato, una teoria di sviluppo economico, e non un discorso morale o solo giuridico. Come possiamo immaginare allora il premio alle virtù come via allo sviluppo economico e civile? In generale, e come nota comune all’intera tradizione dell’economia civile, il senso dell’intera opera educativa e riformatrice di Genovesi e Filangieri e in un certo senso dell’intera scuola napoletana dell’economia civile, è un tentativo di educare i suoi studenti ad essere “sinceramente” amanti della virtù, ad attribuirle anche un valore intrinseco, sulla base del tentativo di mostrare loro che la virtù, soprattutto quando è reciproca (dirà Genovesi), ha una sua logica, una razionalità. E le argomentazioni giuridiche e politiche di Dragonetti vanno nella stessa direzione: trovare dei meccanismi che possano “premiare” la virtù, facendo però in modo che questi premi “rafforzino” e non “spiazzino” le virtù.

Come il mercato non si oppone alla società civile, per Dragonetti i premi per le virtù non si oppongono alle remunerazioni normali di mercato, purché queste siano giuste, e civili. Il libro di Dragonetti ebbe una buona fortuna nell’Europa del Settecento, tra cui Polonia e Russia: fu pubblicato a Venezia, Modena, Palermo, ma anche in francese, tedesco, spagnolo e in inglese (1769). Fu citato polemicamente (e si capisce) dalla scuola del -»Bentham, e con entusiasmo dal Paine. Ci furono alcune ristampe di entrambi i suoi libri nella prima metà dell’Ottocento in Italia, dopo di che, anche per la ripresa del tema da parte di Melchiorre Gioia, che associò alla sua personalità poliedrica e dispersiva anche il tema delle virtù e delle ricompense, il tema cadde nel dimenticatoio. Oggi il tema della ricompensa ai comportamenti virtuosi vede una nuova stagione, soprattutto nell’ambito della letteratura del “crowding-out” motivazionale, quando si ha a che fare con la remunerazione delle motivazioni intrinseche (Frey 1997). Dragonetti però aspetta ancora di essere riscoperto e rivaluto.